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sabato 28 marzo 2020

La cosa più idiota che hai fatto per amore

Non ho mai fatto cose particolarmente idiote, ma alcune me le ricordo bene

Quando avevo 14 anni mi piaceva uno della mia scuola che abitava vicino casa mia... lo pedinavo spesso all'uscita. Era una cosa idiota fondamentalmente perché lui non mi vedeva nemmeno, oltretutto, tornava sempre a casa mano nella mano con una ragazza. E sono quasi certa che si fosse accorto di qualcosa, anche se non gli rivolgevo mai la parola per timidezza pazzesca, perché ogni tanto mi guardava e rideva. Ridicola, sì.

Quando avevo sempre intorno ai 14 anni, ero innamorata persa di un mio amico che mi trattava fondamentalmente come una amica, ma aveva un comportamento un po' ambiguo nei miei confronti, probabilmente era confuso. Comunque, questo amico si mette con una ragazza e, una sera a una festa, i due si appartano sul balcone e qualcuno chiude il balcone e la serranda lasciandoli fuori. Io, facendo una figura che ancora oggi mi vergogno, dicendo "Ma no, poverini!", corro ad aprire il balcone e a tirare su la serranda per "liberarli". Forse mi prendono ancora in giro oggi, dopo più di 30 anni!

La sera di capodanno di tanti anni fa, ero un po' triste perché avevo appena saputo che il tizio che mi piaceva e a cui credevo di piacere si era messo con un'altra. Quindi, non tanto per amore quanto per scazzo estremo e voglia di fare qualcosa di trasgressivo, se così si può dire, mi sono fatta fare il secondo buco in un orecchio. Da una mia amica. Con il suo orecchino, dopo avermi anestetizzato il lobo con il ghiaccio. Non ricordo nulla, ma credo che un po' di male avrò sentito.

giovedì 26 marzo 2020

Quando una è dolce

Dopo aver visto una graziosa vignetta di un amico di blog, mi è venuto in mente un episodio, accaduto anni fa, che ha per protagonisti me e il mio futuro marito durante uno dei nostri primi appuntamenti, quando ancora ci si stava studiando.

Noi al mare. Un insetto mi tormenta da diversi minuti.
Lui, molto tenero, dice: "E' perché sei molto dolce"
Io, senza nemmeno pensare che magari stava flirtando, infastidita dall'insetto, lascio andare lo scaricatore di porto che c'è in me e ribatto: "Minchi@, dolce io?!"

Nonostante questo, ci siamo messi insieme. 
E poi pure sposati.

giovedì 12 marzo 2020

Le mie quasi suocere

Ho avuto quasi sempre dei buoni rapporti con i genitori dei ragazzi che ho frequentato e con i miei suoceri, da sposata. 
Pensando alle mie quasi suocere, mi vengono in mente alcuni episodi, accaduti  tra 20 e 30 anni fa. Alcune di queste signore le ricordo con molta tenerezza, una in particolare che non è più tra noi.

Una quasi suocera era così emozionata all'idea di avermi a pranzo per la prima volta, che mentre mi parlava ha versato l'acqua nel bicchiere capovolto.
Una quasi suocera ha fatto cadere per sbaglio gli spaghetti appena scolati nel lavandino, io ero lì vicino, mi ha guardato e ridacchiando li ha messi nel piatto, chiedendomi di non dire nulla a suo marito (che si sarebbe lamentato).
Una quasi suocera non mi ha mai reputato all'altezza del figlio (in senso letterale e figurato)... il karma ha voluto poi che il suo altissimo figlio abbia sposato un'altra bassa come me.
Una quasi suocera ha beccato in atteggiamenti intimi me e il figlio, ma è stata così discreta da andarsene e non dire nulla.
Un quasi suocero, una volta che ero a casa loro, è uscito e mi ha comprato degli evidenziatori perché sapeva che mi piacevano.

lunedì 24 febbraio 2020

Prova lavaggio e stiratura

L'altro giorno leggevo qualcosa da un sito che si chiama Suocera Psicopatica, una ragazza raccontava che la futura suocera, il giorno in cui si erano conosciute, le aveva fatto fare la prova stiratura e l'aveva interrogata sull'uso della lavatrice.
Mia suocera per fortuna non ha mai fatto queste cose e, con gli anni, abbiamo legato molto e oggi abbiamo un bel rapporto.
Comunque se mi avesse fatto fare queste prove, mi avrebbe bocciato certamente!
La prima lavatrice da sposata era la mia prima lavatrice della vita, al momento di metterci dentro i panni, ho chiamato prima mia mamma e poi mia suocera. 
Non che questo sia servito, perché un asciugamano azzurrino slavato, contro ogni probabilità, ha stinto e tutte le mutande bianche del marito sono diventate azzurre.

giovedì 13 febbraio 2020

Top five dei peggiori appuntamenti e quasi appuntamenti amorosi della mia vita

Ne ho alcuni che meritano di essere raccontati. Sono certa che, scavando tra i ricordi, qualcos'altro mi verrà in mente e forse aggiornerò questo post.

1) Ci eravamo conosciuti in chat (erano i tempi in cui esisteva solo la chat mIRC e si entrava nella chat room e poi se trovavi qualcuno che ti ispirava, andavi a parlare in privato) e avevamo flirtato allegramente in chat e per telefono per circa due mesi, poi ci siamo dati un appuntamento nella vita reale (prendendo un aereo ciascuno). Non ci siamo piaciuti per nulla. Un appuntamento davvero imbarazzante. Siamo stati a parlare per circa un'ora o forse meno e dopo esserci salutati non ci siamo mai più visti e nemmeno sentiti. Da allora, mai più ho voluto conoscere dal vivo gente conosciuta in chat.

2) Eravamo alla festa di una mia amica, il giorno dopo la mia laurea. Mi ha lasciata con un "le nostre strade si dividono qui". Non che non ci fossero stati segnali di quello che sarebbe successo, ma io pensavo fosse l'uomo della mia vita ed ero innamoratissima e ricordo ancora quel momento come uno dei peggiori e più angoscianti della mia vita.

3) Dovevamo incontrarci per uscire, per quello che sarebbe stato il nostro primo vero appuntamento "amoroso" dopo tante uscite da amici e tante dichiarazioni più o meno esplicite. Poco prima dell'orario dell'appuntamento mi ha mandato un sms dicendomi che non poteva uscire, non ricordo la scusa. Ed era una scusa, l'ho saputo poi direttamente da lui.

4) Dovevamo andare a una festa di capodanno insieme, visto che flirtavamo da tempo pensavo che sarei stata la sua principale "attrazione" della serata e che magari ci saremmo baciati a mezzanotte. Il pomeriggio del 31 ho saputo da una comune amica che lui si era messo con un'altra. Alla festa non ci sono andata.

5) Frequentavo ogni tanto un ragazzo, ma avevo in testa qualcun altro. Siamo andati a cena da una sua amica che abitava quasi dei fronte al tizio che avevo ancora in testa. Mi sono messa a piangere e sono stata depressissima tutta la serata. Che tristezza, chissà cosa ha pensato lui!!

lunedì 7 agosto 2017

Frammenti (1)

Molto tempo fa ho iniziato a raccogliere alcune delle poesie che ho scritto dall'adolescenza in poi. Questa raccolta ha preso lentamente forma e adesso contiene una quarantina di poesie scritte nell'arco di quasi trent'anni. L'ho chiamata "Frammenti" (sottointeso "di me").
Queste alcune delle poesie della raccolta.


Non posso scordare
Ho scordato i nostri occhi incollati
e il tuo sguardo che mi catturava l’anima,
ho scordato le nostre dita intrecciate
e le mie mani gelate sulla tua pancia nuda,
ho scordato le nostre labbra socchiuse
e come ogni parte di te mi faceva tremare il cervello
e ho scordato il tuo sorriso malizioso
e i tuoi occhi che brillavano alla vista di me.
Ma non posso scordare la pesante tua assenza
nelle mie buie notti senza di te,
non posso scordare il nero dolore
che ha spento il sole dentro di me
e non posso scordare tutto il tempo trascorso
a cercare di smettere di scovarti nei gesti degli altri, continuamente.
E adesso tu torni come se fosse ieri e mi parli d’amore,
e io stupita e arrabbiata vorrei ricordarti che ti ho dimenticato,
allora pianto i miei occhi nei tuoi e li vedo brillare
e non sento più le tue parole ma solo il mio cuore che batte impazzito.


Mi avevi avvisato
Mi hai gridato “non illuderti!”
Mentre mi stringevi tra le braccia
E mi facevi tua.
Mi hai sussurrato “ti amo”
Mentre ti perdevi dentro di me
E sorridevi appagato.
Mi hai lasciato speranzosa
Per qualcosa che non accadrà
E non ti senti nemmeno in colpa
Perché mi avevi avvisato



Dirsi addio
Ti ho cercato per lunghi anni
disperatamente
nel buio delle mie notti solitarie
E come in un sogno
una sera ti ho incontrato
Erano sempre i tuoi quei familiari occhi lucenti
che si sono agganciati ai miei come calamite
e che mi hanno osservata
a lungo
profondamente
intimamente
spogliandomi l’anima
nel buio della sala da tè
Il mio cuore è in tumulto
ancora adesso soltanto al pensiero
di quel tuo sguardo così avvolgente
Ma non basta
Non eri più tu quello che i miei occhi hanno visto
specchiato nel buio della mia anima
Eppure ne avevo bisogno
di questo incontro
Per dirti addio
Per capire che è finita
finalmente anche per me


In attesa di te
Un panino mangiato in due e tu che mi imbocchi il tiramisù
L’inconscia sensualità dei nostri gesti ci rende sempre più complici
E mentre tu non ti arrendi all’evidenza di un sentimento
Già da tempo sbocciato
Io resto qui a guardarti in attesa di te.

venerdì 15 novembre 2013

Un viaggio alla ricerca di qualcosa che non c'era

Chattavo sin da quando chattare si era diffuso come metodo di comunicazione alternativo.
Erano le prime chat, ancora rari erano i blog, non esistevano il messenger e icq, meno che mai le web cam integrate nei computer (almeno in quelli comuni), l’e-mail stava iniziando ad essere utilizzata a livello popolare e hotmail era quella più diffusa.
Avevo conosciuto Felix in una chat di mIRC.
Come sempre accadeva allora (e probabilmente continua ad accadere, ma non frequento più le chat!), se entravi in chat con un nome femminile, potevi scommettere che dopo nemmeno dieci secondi saresti stata tempestata da messaggi privati di uomini che volevano chattare con te.
Una volta avevo provato a usare il nickname “Pippo”… non mi si era filato nessuno. Avevo allora contattato uno dei nomi presenti in chat e avevo preso a parlargli. Il tale rispondeva a monosillabi e mi lasciava ad attendere le sue risposte per minuti: non aveva nessuna intenzione di conversare con un Pippo. Solo quando gli avevo rivelato che ero una donna, avevamo avviato una divertente conversazione, nella quale io avevo cercato di spiegargli che ero una donna e lui non mi aveva essenzialmente creduto, anche se era rimasto un po’ spiazzato da quello che avevo detto perché probabilmente, in fondo, si capiva che ero donna davvero. Solo che poi, il mio indirizzo e-mail, che allora era lo stesso di mio padre e che portava il suo nome (maschile chiaramente), aveva fatto desistere il tale, che mi aveva congedato come uomo con probabili inclinazioni omosessuali.
Avevo tre nickname, nella chat di mIRC. Quello che usavo di più era Sky – cielo, il nick con cui mi sentivo più a mio agio, che mi ispirava serenità e mi rappresentava bene tutti i giorni -, poi c’era Pearl – quando mi sentivo un po’ più triste o sola -, infine Moira – il nick che usavo quando ero molto allegra.
Mi collegavo in chat quasi ogni sera, soprattutto perché in quel periodo mi annoiavo. Avevo rotto da poco con un tizio e non uscivo spesso. Dopo una lunga e stressante giornata di lavoro, chattare mi rilassava.
E poi, spesso, entravo in chat nella speranza di incontrare il mio amico M., la prima persona che ho conosciuto in questo mondo virtuale, un ragazzo d’oro, con cui in seguito mi sono anche incontrata, che mi ha insegnato un sacco di cose sulle chat e che, non dimenticherò mai, mi inviò, una volta, per e-mail, un programma da 2 Mb che il mio computer ci mise oltre due ore a scaricare. Che tempi!
Ricordo ancora, a distanza di molti anni, i discorsi filosofici, durati un’intera notte, con un certo Andrea di Firenze. Discorsi incentrati sui rapporti umani e il riconoscersi tra persone affini, perché dotati di antenne complementari.
Ricordo poi il Principe, un ragazzo romano, più giovane, che mi scriveva poesie. Poesie alle quali io non rispondevo e, più non gli rispondevo, più lunghe e belle le poesie diventavano.
O ancora Quelo, con cui ridevamo a crepapelle delle battute di Corrado Guzzanti.
La sera che avevo conosciuto Felix, il mio nickname era Sky. Tra tutti quelli che mi avevano mandato messaggi, appena aperta la chat, avevo scelto il più semplice e simpatico. E avevamo parlato tutta la notte, salutandoci alle 6 del mattino. Ci eravamo raccontati di tutto e scambiati le fotografie.
Io allora mandavo sempre una foto – che mi piaceva da morire - scattata un paio di anni prima, che mi ritraeva a piedi scalzi, seduta sul bordo di una fontana, con un vestito a fiori su sfondo blu, leggermente truccata e abbronzata, una notte a Ibiza. Gli era piaciuta.
Lui mi aveva mandato un primo piano, nel quale i suoi bei lineamenti risaltavano.
Erano i primi di gennaio, dopo qualche conversazione in chat, sempre più lunga e sempre più personale, mi aveva chiesto il numero di cellulare e mi aveva dato il suo. Così avevamo iniziato a sentirci anche al telefono. Mi piaceva davvero. Pensavo di essere uscita dal tunnel dell’innamoramento non ricambiato per un’altra persona, tunnel nel quale vagavo da oltre due anni.


Un giorno, un paio di mesi dopo il nostro primo incontro in chat, avevamo convenuto che urgeva conoscersi di persona, per capire cosa ne sarebbe stato di quel rapporto, che ci stressava perché era già parzialmente caratterizzato dalle arrabbiature e dalle litigate di una storia normale, ma non da quello che di solito costituiva la contro parte piacevole di un rapporto di coppia, dato che non ci eravamo mai visti di persona. Abitavamo ai poli opporti della penisola, quindi avevamo deciso che Roma sarebbe stato il luogo ideale per il nostro primo incontro.
Non ero partita pensando che stavo facendo un colpo di testa, credevo davvero che mi piacesse, pensavo che a Roma ci saremmo messi insieme, finalmente. Avevo preso il treno quella sera carica di aspettative.
Durante la prima mezz’ora di viaggio, avevo parlato circa dieci volte con la mia amica Anna, unica che conosceva le ragioni della mia breve permanenza a Roma. Agli altri avevo detto che andavo per lavoro. Tanto nessuno ha mai capito niente del lavoro che faccio, potrei inventare pure che vado al Polo Nord per lavoro e ci crederebbero tutti.
Ero in fibrillazione per l’imminente incontro e ero certa che non avrei chiuso occhio. Mi ero chiusa a chiave che ancora non erano nemmeno le dieci e mi ero messa a leggere alla luce fioca della mia cuccetta di mezzo. Non che riuscissi a leggere, ero troppo emozionata e non facevo altro che fantasticare su come sarebbe stato il nostro primo bacio.
A un certo punto, avevano bussato alla porta, avevo fatto finta di dormire, sperando che, chiunque fosse, desistesse. Volevo stare sola e godermi il mio sogno ad occhi aperti.
“Sono il controllore” - aveva detto una voce fuori dalla porta - “Apra, devo fare entrare una persona”.
Per un attimo, avevo pensato di continuare a fingere di dormire, ma il controllore avrebbe potuto pensare che stavo male e avrebbe potuto buttare giù la porta, o, più semplicemente, entrare, senza troppa fatica, aprendo con il suo passepartout.
Allora, avevo fatto finta di essere stata colta nel sonno e, sbadigliando sonoramente, avevo biascicato - “Un attimo!” e, dopo una lenta e rumorosa discesa dalla cuccetta, avevo aperto la porta.
Di fronte a me, un ragazzo alto e biondo, accanto al corpulento controllore, mi guardava incuriosito. Il leggero sorriso sulle labbra lo rendeva quasi irresistibile.
Il ragazzo alto era entrato nello scompartimento, passandomi accanto sull’uscio, senza aspettare nemmeno che io mi spostassi ed era andato a sedersi con i piedi penzoloni nella cuccetta in alto, nella fila di fronte alla mia. Muoveva le gambe come i bambini e non avevo potuto fare a meno di notare le Converse All Star blu ai piedi. Le mie scarpe preferite, del mio colore preferito. Come le mie.
Improvvisamente, non mi dava più così tanto fastidio l’aver dovuto accogliere uno sconosciuto nel “mio” scompartimento.
Avevamo parlato fino a notte inoltrata: mi era davvero simpatico e mi piacevano i suoi modi di fare.
Il sorriso sincero, il modo con cui gesticolava o masticava la gomma americana, il modo in cui parlava.
L’attrazione era stata reciproca, ma io stavo andando a conoscere quello che credevo fosse l’uomo della mia vita, per cui avevo fatto finta di niente quando Sebi, in procinto di salutarci, aveva tentato, timidamente, di chiedermi il numero di telefono.
Poco prima della sua fermata, ero andata in bagno e, al mio rientro lui era già pronto con la valigia in mano e il cappotto indosso; mi aveva stretto la mano, guardandomi negli occhi e mi aveva dato un bacio sulla guancia.
Era rimasto imbambolato sull’uscio per un po’ e io mi ero voltata imbarazzata, temendo che potesse tentare di baciarmi sulla bocca. Il mio occhio era allora caduto sulla mia borsa semi aperta, dalla quale spuntava il bordo di un’audiocassetta. Avevo riconosciuto una sua cassetta, di cui mi aveva parlato, quella del concerto di Simon & Garfunkel a Londra, registrata live da lui.
Senza pensare che potesse non essere un caso che quella cassetta si trovasse nella mia borsa, gli avevo detto stupita - “Guarda, la tua cassetta è caduta nella mia borsa” e l’avevo presa in mano, porgendogliela.
Lui era arrossito violentemente e allora avevo capito. Avevo guardato la cassetta, rigirandomela tra le mani, e avevo letto il messaggio che vi aveva scritto. Imbarazzatissima, rapidamente, gli avevo consegnato la cassetta, accompagnandola con un’espressione che voleva dire “Tu mi piaci ma… insomma, scusa, ma non posso accettare”.
Lui l’aveva presa, mi aveva guardato intristito, ancora rosso in viso e deluso visibilmente dalla mia reazione ed era scappato via. Dopo qualche secondo, la sua fermata. A dividerci per sempre.
L’incontro con Sebi mi aveva lasciata un po’ spiazzata. Il gesto di regalarmi quella cassetta che per lui aveva un valore inestimabile, mi aveva colpito molto.
Ma avevo altri pensieri in testa quel giorno. Scesa dal treno, mi ero recata in albergo, avevo fatto una doccia e avevo atteso fremente che si facesse l’orario stabilito per il nostro appuntamento. Era una giornata piovosa e c’era un freddo cane, mi ero messa un paio di pantaloni e un maglioncino di lana e un paio di scarpe, con tacco alto, ma comode.
Sulla metropolitana, andando all'appuntamento, non avevo fatto altro che pensare a Felix e alla svolta che di sicuro avrebbe avuto la mia vita da quel giorno. Pensavo addirittura di potermi trasferire per seguirlo.
Non c’era spazio, nelle mie fantasie, per il ragazzo alto conosciuto in treno che, seppure, mi aveva lasciato qualcosa nel cuore.
Poi, nel momento esatto in cui avevo visto Felix venirmi incontro, dinoccolandosi, con aria da bulletto, con l’aria di uno che se la tira, i miei sogni si erano infranti fragorosamente. In quell'istante, il modo di fare di Sebi - che mi era piaciuto tanto -, mi era tornato in mente e avevo realizzato che avevo sbagliato.
Che ero stata un’illusa a pensare di potermi innamorare di una voce o di quattro parole scritte su uno schermo. Che una fotografia, anche se reale, non coglie il modo di fare di una persona, molto più importante dell’aspetto stesso. Che quella persona che mi piaceva era solo nella mia mente e che Felix non c’entrava niente, era solo una proiezione dei miei desideri.
E' stato uno degli incontri più imbarazzanti della mia vita.
Non sapevamo cosa dirci ed era più che evidente che la sensazione di disagio fosse reciproca e che non ci saremmo sentiti mai più. Che lui era rimasto deluso tanto quanto me e che avrebbe voluto trovarsi di fronte una femme fatale, magari in minigonna e tacchi alti, invece di una ragazza semplice, con solo un filo di trucco, pantaloni e scarpe comode… semplicemente me.
In treno al ritorno, una coppia di giovanissimi, non aveva fatto altro che pomiciare selvaggiamente nella cuccetta sotto la mia, rammentandomi che io invece ero da sola.
Avevo pensato a Sebi tutto il tempo. Mi ero maledetta per avergli restituito la cassetta. Dopotutto lui me l’aveva regalata e restituirla era stato pure un po’ scortese.
Le parole che vi aveva scritto, in stampatello, con il pennarello indelebile verde, sulla plastica, non facevano altro che tornarmi in mente, erano lì, come scolpite nella mia mente. Tutte, punteggiatura compresa, tranne la cosa più importante.
È stato bello conoscerti. Se ti andasse di rivedermi, ne sarei felice. Il mio numero è questo: 0338/918…

E a qualche ombra che mi sfiorerà darò il tuo nome perché la mia anima le risponda


Per l'immagine grazie a Lady Alexandra di Diario di Corte


Mi torni in mente e mi chiedo se sei un ricordo sbiadito dalla nebbia del tempo o forse piuttosto sei un sogno.
Era bastato solo uno sguardo per capire che eri quello che stavo cercando, che tu eri l'anima gemella che non credevo esistesse. Ne ricordo la consapevolezza, quando ci siamo conosciuti, poche parole scambiate ma i nostri occhi che si cercavano sempre. E la voglia irrefrenabile di farsi travolgere dal destino.
Una sera ci siamo incontrati per caso, lontano da tutto quello che rappresentavamo l'uno per l'altra nella nostra vita quotidiana. Era il nostro destino.
Ricordo, come in un sogno con i contorni sfocati dal tempo, il brillare dei tuoi occhi nel momento in cui si sono posati su di me, le nostre parole, discorsi infiniti, sul passato, sulle coincidenze, sull'anima gemella, sul destino che ci aveva fatto incontrare.
Parlavamo delle cose che avevamo in comune e ti leggevo pezzi dei miei libri preferiti e delle mie poesie. Tu ascoltavi rapito, da me, dalle mie parole, da quello che si stava succedendo... tu, che mi tremavi accanto, spaccato tra desiderio e razionalità cosciente delle nostre ali tarpate.
Fino a che quello che sapevamo essere il nostro destino ci ha travolto con furia e la freschezza dei miei spensierati vent'anni si è abbattuta su di te, con la violenza di un temporale che risveglia piangente un bambino da un sogno.
E allora tutto è diventato estasi e stretti l'uno accanto all'altra, parlavamo, sorridevamo e promettevamo di essere sempre l'uno per l'altra quello che eravamo allora.
Finì come doveva finire, lo sapevamo che sarebbe andata così.
Nessun rancore e tanta nostalgia per le nostre ali che non si sarebbero più spiegate in volo, non più insieme.
Mi hai salutato dedicandomi la più bella e struggente dedica al mondo.
Ma tutta la mia vita non sarà che un canto di nostalgia per la felicità perduta… ti auguro di dimenticare presto il mio nome e di trovare un amore che ti dia soltanto gioia. Ti seguirò da lontano con la fedeltà del ricordo e sarò felice di saperti felice all'infuori di me. Me ne andrò per le strade con il tuo sorriso dentro il cuore e a qualche ombra che mi sfiorerà darò il tuo nome perché la mia anima le risponda.

giovedì 31 ottobre 2013

Lampada Osram

Sottotitolo: il mio quasi primo bacio

Era tanto tempo fa, in un periodo in cui ascoltavo alcuni LP di Claudio Baglioni a ripetizione e Lampada Osram era una delle mie canzoni preferite, anche perché mi ritrovavo un po' nella protagonista ammarronata. E, in generale, la malinconia di Claudio Baglioni mi si confaceva.
Non avevo motivi per essere così malinconica... ero giovane, stavo bene, avevo tanti amici e una famiglia serena, ma lo ero.
In quei giorni, un po' inconsapevolmente, stavo illudendo un po' uno con cui ogni tanto uscivo il pomeriggio e che un po' mi piaceva pure, ma, in effetti, ero cotta di un altro.
Quest'altro era uno che mi illudeva, non so quanto inconsapevolmente, e che metterei nella categoria dei "confusi e infelici", anzi, che, in quel periodo, era sul podio dei confusi e infelici della mia vita. 
Quindi, quella mattina, con il tizio con cui uscivo ogni tanto, camminavamo... mano nella mano... ?!
non mi ricordo bene questo particolare... ma forse sì, perché l'ho detto che lo stavo un po' illudendo il tipo (ma, a mia discolpa, avevo quindici anni e frequentavo un gruppetto in cui uscire insieme e tenersi per mano non significava chissà cosa).
A un certo punto, questi fece una battuta che lasciava molto poco spazio all'interpretazione e da quella capii che lui era andato oltre... per me era un'amicizia molto piacevole, ma non ero affatto determinata a farla diventare qualcosa di più, almeno non subito, non in quel momento in cui sul podio c'era qualcun altro.
Dopo pochi secondi dalla battuta, giunse il gesto... l'avvicinarsi piano, con lo sguardo che si sposta dagli occhi alla bocca. 
Non so cosa lesse nei miei occhi e non so nemmeno cosa volessi trasmettere io.
Sapevo che il mio rifiuto lo avrebbe ferito e ci avrebbe allontanato e mi dispiaceva, ma sapevo anche che non potevo dare il primo bacio a qualcuno di cui non fossi innamorata... quando il qualcuno di cui ero innamorata esisteva, lo vedevo ogni giorno e, sebbene mi desse segnali fortemente contrastanti, del tipo un giorno ero al centro dei suoi pensieri e il giorno dopo non esistevo, dentro di me sapevo che prima o poi sarebbe successo qualcosa. E, per la cronaca, ho mantenuto questa convinzione da illusa fino a quando, quasi due anni dopo, giunse colui che dal podio lo spodestò.
Così, con in mente mille pensieri, decisi per la classica mossa del girare la faccia e il mio quasi primo bacio si stampò sulla guancia e mi sfiorò un angolo della bocca. 

C'è un modo di dire che è "fare testina"... quando uno si avvicina per baciarti e tu vai indietro con la testa. Se c'è un modo di dire, sarà frequente... a me è capitato solo quella volta. Le altre volte, ho ricambiato o non ho permesso che arrivassimo a quel momento. E, fortunatamente, non mi è mai capitato che qualcuno facesse testina a me. Ma perché capita? Tralasciando quando hai quindici anni, che di stronzate sei autorizzato a farne per via dell'età (quella che io e un paio di amiche chiamiamo "della bestialità")... se capita da grandi... perché?
Perché la gente ti illude anche se non ti vuole e te lo fa capire solo nel momento in cui tenti di baciarla, che è l'ultimo momento in cui può tirarsi indietro? Perché la gente è confusa e non sa quello che vuole e lo capisce proprio quando stai per baciarla (che non ti vuole)?



martedì 15 ottobre 2013

La casa con bagni separati: l'inizio


Questa casa, casa nuova, l’avevamo vista tempo fa, molto tempo fa, quando non ce la potevamo nemmeno permettere, sulla carta. 
Ci era piaciuta subito, a tutti e due. Su alcune cose andiamo perfettamente d’accordo. 
Poi sono passati degli anni e, a fine del 2008, la casa ci si è ripresentata davanti. Ancora sulla carta e lievemente diversa nella divisione interna e, soprattutto, con un’esatta allocazione nello spazio, a noi visibile sotto forma di grosso scavo in cui bisognava stare attenti a non scivolare. 
Sebbene la divisione interna non fosse il massimo della comodità, abbiamo deciso lo stesso che quella sarebbe stata la casa della nostra vita, così abbiamo iniziato a trattare con i costruttori. Siccome io sono una persona abbastanza testarda e a volte anche parecchio rompiballe, mi sono sbilanciata a chiedere delle modifiche strutturali che eravamo quasi certi non si potessero fare per ragioni burocratiche. Sono arrivata addirittura a dire che avrei rinunciato alla casa se alcune modifiche non fossero state attuabili. 
In particolare una, ho sempre avuto un sogno: quello di avere una camera con bagno annesso, come negli alberghi. Alzarmi di notte e percorrere spazi solitari e bui per andare in bagno, non è mai stata la mia attività preferita. Ricordo ancora quanti tentennamenti, solo per sporgere il braccio di venti centimetri nel lungo corridoio buio di casa nella notte, così da accendere la luce e poter raggiungere il bagno a circa un paio di metri dalla mia stanza di ragazzina.
Quindi, il bagno in camera era un MUST. Inoltre, questa sarà la mia casa definitiva, almeno così spero, quella della mia vita, quindi non avrò altre possibilità di avere un bagno in camera. 
E già mi pesa rinunciare alla piscina! Che sarebbe un altro sogno... di cui parlerò un'altra volta.
La divisione della casa, in base al progetto, ci era sembrata bella, ma scomoda. Tutti gli spazi della casa erano concentrati al piano terra e le stanze erano, per forza, piccole e poi c’era un solo bagno e non in camera. 
Un’altra cosa che desideravo era un bagno per gli ospiti, il cosiddetto bagno di rappresentanza, in modo che non necessariamente chiunque andasse in bagno a casa mia dovesse conoscere la marca degli assorbenti che uso o che libri leggo quando sono seduta sulla tazza. 
Quando l’impresa ci ha detto che erano possibili tutte le modifiche che volevamo, io e il marito ci siamo sbizzarriti. Abbiamo completamente cambiato la casa. Non c’è una destinazione d’uso, adesso, che coincida con quella iniziale. Tutte le modifiche ruotavano intorno alla necessità di avere il bagno in camera. Abbiamo spostato la scala, le colonne e il garage e, alla fine, gli stessi dell’impresa ci hanno fatto i complimenti, perché il nostro progetto è stato molto più funzionale di quello che avevano fatto loro.

venerdì 11 ottobre 2013

Il ragazzo dalla pigna appesa al collo con una cordicella sottile





Mi guardo intorno: la mia stanza è sempre la stessa da quasi dieci anni. 
Sdraiata sul mio letto ad una piazza e mezza, guardo la scrivania con il mio PC, ormai indispensabile compagno delle mie giornate (e nottate) e ai muri tante di quelle cose appese che non so come farò a portarmele tutte quando andrò via. 
Spero in una telefonata. 
Penso che mi ritrovo sempre qui, sdraiata sul mio letto, ogni volta, sotto alla motoslitta ribaltata nella tundra di notte in mezzo alla neve e ai lupi, a rimettere a posto i cocci del mio cuore spezzato dal "fidanzato" confuso e infelice di turno. 
Mi chiedo se finirà prima o poi. Ripensando a Baricco in "Oceano Mare", mi chiedo, come Bartleboom, se da qualche parte esiste quello che da sempre è il mio uomo, colui al quale regalerò tutti gli istanti della mia vita… 
Sono immersa malinconicamente in queste riflessioni quando squilla il cellulare. Salto in aria. E' la mia amica che mi propone di andare al mare con lei e mi dice: "... Ah, viene pure l'amico di mio fratello, forse te lo ricordi, lo hai conosciuto a capodanno". 
Io, che non ho affatto memoria per gli sconosciuti e che a capodanno ero impegnata a cercare di sedurre quello che ora è l'ex "fidanzato" confuso e infelice di turno, rispondo distratta che non me lo ricordo e penso che preferivo stare sola con lei per immergerci, come sempre, nei racconti reciproci delle nostre vicende su cui finiamo immancabilmente per farci quattro risate. 
Però non glielo dico e comunque non servirebbe, perché l'amico è stato già invitato. 
Da brava amica, quindi, accetto entusiasta e ci incontriamo in spiaggia… Sorridente, subito mi presento all'amico, che mi apostrofa un po' stupito del mio gesto: "Ma noi ci conosciamo, ci siamo visti a capodanno!". Io penso "cretina che sono, me lo aveva pure detto lei che ci conoscevamo già!" e dico, mentendo spudoratamente, "Ah, scusa… Ma certo che mi ricordo!". 
L'inizio non è male e supera il mio record: prima figuraccia già fatta dopo pochi secondi di conoscenza! 
Se prima ero dispiaciuta di non essere sole, mi rendo conto, dopo poco, che il tizio non è affatto male. Comunque, forse io non sono ancora in vena di nuove amicizie romantiche, dato che ho ancora tanti altri pensieri per la testa e poi, questo tizio interessante, che porta una piccola pigna appesa al collo con una cordicella sottile, sembra essere già impegnato con una latitante tipa che si trova fuori per alcuni mesi. 
Torno a casa, contenta ma un po' delusa, pensando che, come al solito, quelli che mi interessano e a cui io potrei interessare, generalmente sono confusi oppure sono già impegnati con altre... quindi, beh... peccato, non avrò l'occasione di conoscerlo meglio. 
Però, un po' per coincidenza o perché è destino o semplicemente, in fondo, perché lo vogliamo, io e l'amico cominciamo a incontrarci spesso. Le giornate volano e il tempo passa, ma lui sta con un'altra che, sebbene latiti, comunque esiste e io non mi voglio impelagare in situazioni che mi porteranno solo guai. 
Arriva il giorno della mia partenza per una vacanza prenotata da lungo tempo e, per una strana combinazione, lo stesso giorno in cui io ritornerò dalla vacanza, la misteriosa ragazza del mio amico farà pure lei ritorno dal suo lungo viaggio. Ci salutiamo e gli ricordo, con un misto di malinconia e provocazione, che al mio ritorno non passeremo più tanto tempo insieme dato che "finalmente" conoscerò la sua ragazza. 
Al ritorno, preparata mentalmente a fare la simpatica con la suddetta ragazza, noi riprendiamo a vederci come prima della partenza ma lei non compare, io non chiedo nulla di lei e lui non fa parola, fino a quando organizziamo due giorni fuori e ci serve sapere il numero esatto dei partecipanti per organizzarci. 
"Allora voi siete in due, no?" gli chiedo e lui risponde "No, sono solo. Sai, il giorno che lei è tornata ci siamo lasciati". Sono talmente stupita e contenta che per poco non mi metto a ridere, ma dico seria "Mi dispiace".

Compagni di merende (parte 2)

"Il fuoco di un camino
non è caldo come il sole del mattino...
sul mio corpo il calore delle stelle
chissà dov'era casa mia"
(Io vagabondo - Nomadi)


Dopo una mattinata normale, senza eventi romantici di sorta, mi ritrovo, a fine pranzo, coinvolta in una battaglia a... sputi di semi d'anguria! Ovviamente, il mio compagno di merende si trova in prima fila tra quelli che tentano di appiccicarmi addosso i fastidiosi semini e io non sono da meno.
Come ovvia conclusione della battaglia, bisogna lavarsi!
E ci ritroviamo, ancora senza sapere i nomi, magicamente solo noi due, ancora tutti appiccicaticci, seduti per terra vicini, appoggiati al muro del bagno, a parlare per la prima volta.
Ci raccontiamo con semplicità e allegria e scopro, sorpresa, che il mio nome lui in realtà lo sa da tempo.
Il suo racconto è velato di malinconia, di qualcosa che non riesco a capire, ma il mio entusiasmo vale per tutti e due. Trascorrono sereni i giorni previsti della vacanza e l'ultimo giorno penso triste che adesso lui deve partire. Ma, nemmeno se mi leggesse nel pensiero, mi propone di andare a fare un giro in macchina in città un paio di giorni... "potremmo dormire sulla spiaggia con il sacco a pelo".

L'idea di dormire sulla spiaggia sotto le stelle per me è semplicemente fantastica, penso ai Nomadi, "Io Vagabondo" in questi giorni è diventato quasi un nostro inno, insieme a "Non ho più la mia città".

Ben felice, quindi, di aver dato tutte le materie prima delle vacanze e di poter contare, primo, su una macchina a disposizione e, secondo, su una famiglia che mi permette di fare quasi sempre quello che voglio, accetto entusiasta.
Partiamo subito alla volta della città, circa 200 km di autostrada "per modo di dire", siamo in quattro con la mia modesta utilitaria… unici bagagli: i sacchi a pelo, una coperta e la chitarra.
La passeggiata in macchina è molto piacevole, siamo tutti molto affiatati e ridiamo molto, inoltre, complici alcune occhiate attraverso lo specchietto retrovisore, sono abbastanza sicura che tra di noi sta nascendo qualcosa di bello.
Penso che sono proprio felice, ho tutto quello che voglio in questo momento e mi sento molto "vagabonda", insieme a qualcuno che nell'animo è ancora più vagabondo di me.
Arrivati in città, ci dirigiamo subito verso quella che è la reale romantica meta del viaggio: una spiaggia in cui cenare, suonare, cantare e addormentarci al chiarore delle stelle... solo di quelle, perché non abbiamo nemmeno una torcia.
Per fortuna, la serata è splendida e c'è la luna, quindi riusciamo tranquillamente a sistemarci in spiaggia anche senza illuminazione artificiale. Mangiamo alcuni pezzi di pizza, accompagnati ad un po' di vino padronale, che ci sta bene, e cantiamo.
La serata trascorre piacevolmente e ci addormentiamo vicini. All'alba siamo i primi a svegliarci sotto una pioggia sferzante e ci rimettiamo in macchina sulla via del ritorno.
Adesso è veramente il tempo di partire.

Non è successo niente tra noi, niente di tutto quello che caratterizza una storia, ma ci siamo dati tanto, hai ridato fiducia in me stessa e fatto apprezzare cose della vita che non ritenevo "valide", che avevo dimenticato o che semplicemente non conoscevo. Quanto mi ha fatto sentire libera camminare scalza o partire con amici senza meta, senza bagagli e senza porsi limiti, dormire sulla spiaggia, fregandosene dei conforts (che non ci sono), dormire per terra e dedicare parte del proprio tempo agli altri, incondizionatamente.

Sei partito ieri e io sono qui a scrivere che è stato proprio bello conoscerti. Conoscerti e basta.

giovedì 10 ottobre 2013

Compagni di merende (parte 1)

E adesso sto cantando e ancora sto sognando
ma non ho più la mia città
non e' cambiato niente tutte le notti aspetto
ancora una stella cadente
(Ma non ho più la mia città – G. Trovato)


La voce di Gerardina Trovato si diffonde intorno a me, penso che questa canzone mi calza a pennello. Catania non mi basta e vorrei fuggire lontano… a New York perché no? Quello che c’è qui adesso non mi va più bene, voglio altro.

La stanza enorme è squallida, la luce fioca e le pareti bianche lievemente ingrigite, pochi arredi, qualche vecchio grande tavolo di truciolato di pessima qualità.
Alle pareti nessun quadro, solo un paio di cartelli, scritti a mano, in uno si legge “Pulite il tavolo quando vi alzate!” e in un altro “Chi viene sorpreso a lasciare sporco il tavolo a pranzo, sarà inserito nel turno di pulizia dei bagni dell’indomani!”… questo è il tono della vacanza. Autogestione. Siamo una ventina di età compresa tra i 18 e i 25 anni, io mi colloco perfettamente a metà dato che ne ho 21.

Mi sono trovata, come molte altre volte nella mia vita, trascinata in un’avventura in cui non credevo nemmeno troppo, mi sono fatta prendere dall’entusiasmo degli altri e dalla voglia di riempire bene le mie giornate per non avere tempo di pensare.
Con lui è finita, se così si può dire, dato che non so nemmeno se si può dire che sia mai iniziata, e io mi sono imbottita di impegni per non cadere nell’errore di cercarlo di nuovo e adesso sono qui… da due giorni, in un’enorme scuola nella periferia di un piccolo comune della provincia, a condividere con diversi amici e molti sconosciuti, un’esperienza che, a detta di chi l’ha già provata, sarà unica.

Mentre mi guardo intorno, nell’enorme stanza squallida, scrutando le espressioni buffe dei miei compagni di avventura che discutono a gruppi dei turni per la cucina e la pulizia, cammino ciondolando, mangiando uno yogurt alla ciliegia e sorrido sollevata pensando che ho già dato la mia piena disponibilità per le attività esterne piuttosto che quelle di gestione interna, quindi non mi toccherà fare turni in cucina o nei bagni, per fortuna.



Assorta, sorridente e pensierosa, una presenza improvvisa si manifesta davanti a me, fulminea mi ruba il cucchiaino e ne ingurgita il contenuto… “Ma che ci hai messo dentro?”, mi chiede stupito masticando. Lievemente sorpresa e piacevolmente colpita dalla sua intraprendenza, dato che non ci si conosce per nulla (nemmeno i nomi), ma non avevo potuto fare a meno di notarlo già al momento della presentazione generale due giorni prima, ribatto un po’ imbarazzata “… Sai, ci ho sbriciolato dentro una brioscina T”. Lui è del nord e le brioscine T le ha conosciute qui da noi solo da un paio di giorni, sorride e dice “Beh… è buono, me ne dai un altro po’?”. Così consumiamo insieme questa romantica merenda.
Mentre si allontana, ripenso sorridendo al gesto di intimità che ha avuto nei miei confronti e penso che una nuova storia, qualcuno a cui pensare mi aiuterà a non pensare più ai fantasmi del passato. Però è un po’ presto e la distanza è tanta!

Dopo cena, un amico mi convince ad andare con lui e qualche altro a guardare le stelle sul tetto… “Ma ti devi portare il materasso!”, così mi ritrovo, faccia a faccia, con il mio compiaciuto compagno di merende, a trasportare il mio materasso dal mio letto, su per le scale, sino al tetto. La serata è fantastica, la luna illumina perfettamente le nostre facce e si sta benissimo, non serve nemmeno la coperta. A guardare le stelle sul tetto è inevitabile che si formino le coppie e, mentre a due a due gli amici si accomodano guardando romanticamente la luna sulle nostre teste, intraprendente come la mattina, il mio compagno di merende si sdraia accanto a me sul materasso senza nemmeno chiedermi se sono d’accordo… e ancora non sa nemmeno il mio nome.